Dipendenza affettiva: quando l’amore diventa una trappola

persona sola che guarda il telefono con espressione ansiosa, dipendenza affettiva

Introduzione

“So che non fa bene. Ma non riesco a staccarmi.”

“Senza partner non sono niente. Non riesco nemmeno a immaginare la mia vita.”

“Ogni volta che finisce, torno. Anche quando so che non dovrei.”

La dipendenza affettiva è una delle forme di sofferenza più difficili da riconoscere perché si nasconde dentro qualcosa che sentiamo e pensiamo come amore, un sentimento legittimo e naturale che ne valida i comportamenti.

Ma l’amore che toglie invece di dare, che distrugge invece di costruire, che ingabbia invece di sostenere la libertà rispettosa, merita un nome diverso.

Cos'è la dipendenza affettiva

La dipendenza affettiva (love addiction o emotional dependency) è un pattern relazionale caratterizzato da un bisogno eccessivo e compulsivo di un partner, con difficoltà marcata a tollerare l’assenza, la separazione o il rifiuto.

Non è una categoria diagnostica ufficiale del DSM-5, ma la letteratura la descrive come un disturbo dello spettro delle dipendenze comportamentali, con caratteristiche sovrapponibili all’attaccamento ansioso e ai disturbi della personalità di tipo dipendente (De Lisi et al., 2023).

Non è la stessa cosa di amare tanto. È qualcosa di diverso: il bisogno proprio diventa più importante di quello del partner (mascherato da interesse per il partner). Si deve placare l’astinenza che si mostra come ansia e dubbio ossessivo.

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Come si riconosce: i segnali principali

La dipendenza affettiva si manifesta in modi diversi. I segnali più comuni:

  • pensiero dominante e spesso ossessivo sul partner
  • paura intensa dell’abbandono o del rifiuto, anche in assenza di segnali reali
  • difficoltà a stare soli, il vuoto senza il partner è insostenibile
  • tolleranza di comportamenti dannosi pur di non perdere la relazione
  • perdita progressiva di identità, amicizie, interessi propri
  • tentativi ripetuti di uscire dalla relazione seguiti da ritorno
  • sintomi fisici di astinenza alla fine della relazione (ansia, insonnia, sintomi somatici)

A questa lista aggiungerei un altro punto che, nella mia pratica psicoterapica quotidiana, ho visto manifestarsi in questi ultimi anni. Esso è la perdita di speranza e di fiducia nelle proprie capacità. 

Questo pensiero è stato poi corroborato da alcune ricerche come quella di Gori et al., del 2023 i cui risultati mostrano una forte correlazione tra dipendenza affettiva, bassa autostima e stile di attaccamento ansioso.

Le radici: dove nasce la dipendenza affettiva

La dipendenza affettiva quasi sempre affonda le radici in un’esperienza precoce di attaccamento insicuro.

Bowlby (1969) ha descritto come le prime relazioni con le figure di accudimento costruiscano un “modello operativo interno” — un copione su come ci si aspetta che le relazioni funzionino. Quando questo copione è segnato da imprevedibilità, abbandono o amore condizionato, si sviluppa uno stile di attaccamento ansioso.

Hazan e Shaver (1987) hanno dimostrato che lo stile di attaccamento infantile si ripropone nelle relazioni romantiche adulte: chi ha sviluppato un attaccamento ansioso tende a cercare relazioni intense, a temere l’abbandono, a fare di tutto per mantenere la vicinanza con il partner.

La dipendenza affettiva non è una scelta. È un pattern appreso e come tale, si può cambiare

Il meccanismo: perché è così difficile uscirne

L’amore funziona come qualsiasi stimolo piacevole. Infatti ne cerchiamo sempre di più perché ricompesati. Di conseguenza c’è la tendenza, perché sovrastimolati e ipersensibili alla perdita, a richiederne di più fino a creare la dipendenza (Sussman, 2010). 

Inizia così un circolo vizioso in cui la separazione produce quindi sintomi simili all’astinenza con ansia acuta, pensiero intrusivo, comportamenti di ricerca compulsiva del partner subito alleviati con il suo arrivo, per poi sentire ancora più ansia  alla successiva separazione e cosi via. In questo meccanismo gioca un ruolo anche la paura dell’abbondano che può essere un rinforzo a questo meccanismo.

Ne consegue quindi che il punto non è la mancanza di forza di volontà, ma il voler placare l’enorme angoscia e il dubbio ossessivo che incombono ogniqualvolta manca la persona.

Dipendenza affettiva e relazioni tossiche

La dipendenza affettiva espone a un rischio elevato di relazioni disfunzionali. Si tende , di conseguenza, a scegliere partner con caratteristiche narcisistiche o complementari, le  quali attivano ancora di più il sistema di attaccamento ansioso, si tollerano comportamenti al limite che danneggiano l’autostima pur di non perdere il legame e infine si arriva normalizzare il dolore come inevitabile componente dell’amore.

Il paradosso è che il partner che tratta male attiva più dipendenza di quello che si comporta bene proprio con la paura come emozione predominante. L’imprevedibilità poi del rinforzo (a volte c’è, a volte no) è il meccanismo di condizionamento più potente che esista (Skinner, 1938 schema di rinforzo variabile).

Come si lavora sulla dipendenza affettiva

Il percorso terapeutico lavora su più livelli contemporaneamente:

  • riconoscimento del pattern: identificare il ciclo dipendenza-abbandono-ritorno
  • lavoro sul sistema di credenze: le convinzioni su se stessi, sull’amore, sul meritarsi le relazioni
  • lavoro sullo stile di attaccamento: sviluppare una base sicura interna
  • interruzione delle tentate soluzioni fallimentari: ricerca ossessiva, richiesta di rassicurazioni, cancellazione del sé
  • costruzione di un’identità autonoma: amicizie, interessi, vita propria
  • aumento dell’autostima

La revisione sistematica di (Nardone & Watzlawick, 2004, Nardone, 2022) evidenzia come l’approccio breve strategico sia il più efficace in questo tipo di relazioni, intervenendo sul ciclo astinenza, ricerca, ritorno e  interrompendone il pattern in tempi contenuti. 

Quando rivolgersi a uno specialista

Può essere utile chiedere supporto se:

  • hai terminato più relazioni dolorose tornando ogni volta
  • il pensiero del partner occupa gran parte della tua giornata
  • senza la relazione ti senti vuoto/a, ansioso/a o privo/a di senso
  • hai tollerato comportamenti che sai che non avresti dovuto tollerare
  • senti che “ami troppo” ma non riesci a fare diversamente

Ricevo come psicologo e psicoterapeuta a Rovigo, Padova e anche online. Se riconosci questo pattern e vuoi lavorarci, prenota un appuntamento.

Domande frequenti sulla dipendenza affettiva

La dipendenza affettiva è colpa mia? No. È un copione che si forma nel tempo. Riconoscerlo è il primo passo per cambiarlo.

Si guarisce dalla dipendenza affettiva? Sì. Con un percorso terapeutico mirato è possibile costruire un modo diverso di stare nelle relazioni.

Devo essere in una relazione per lavorarci? No. Spesso il lavoro più importante si fa proprio fuori da una relazione attiva, quando c’è più spazio per osservare i propri comportamenti di attaccamento.

Quanto dura il percorso? Dipende dal problema

La dipendenza affettiva è colpa mia? No. È un pattern che si forma nelle prime relazioni e si consolida nel tempo. Riconoscerlo è il primo passo per cambiarlo.

Si guarisce dalla dipendenza affettiva? Sì. Con un percorso terapeutico mirato è possibile costruire un modo diverso di stare nelle relazioni.

Devo essere in una relazione per lavorarci? No. Spesso il lavoro più importante si fa proprio fuori da una relazione attiva, quando c’è più spazio per osservare i propri pattern.

Quanto dura il percorso? Dipende dalla profondità del pattern. L’approccio breve strategico produce cambiamenti significativi in 8-15 sessioni.

Bibliografia

Scritto da Alberto Castello Sessuologo e Psicoterapeuta a Rovigo, Padova e online

Foto di copertina Foto di Sharon Manuel

Gelosia patologica: quando la paura di perdere l’altro diventa controllo

Introduzione

“Controllo il suo telefono ogni volta che posso. So che non dovrei. Ma non riesco a fermarmi.”

“Se guarda qualcun altro mi sale una rabbia che non so gestire.”

“Ho bisogno di sapere dove è, con chi, cosa fa. Sennò non riesco a stare.”

La gelosia è un’emozione umana, universale. Ma quando diventa pervasiva, ossessiva e fonte di sofferenza costante per sé e per il partner. Evidentemente parliamo di qualcosa di diverso.

La gelosia patologica non protegge la relazione. La distrugge dall’interno.

Gelosia normale e gelosia patologica: la differenza

La gelosia è una risposta emotiva alla percezione di una minaccia reale o immaginaria alla relazione. Una certa gelosia occasionale è normale e può persino essere funzionale alla stabilità della relazione. 

La gelosia diventa patologica quando:

  • è sproporzionata rispetto a prove reali di infedeltà
  • è pervasiva e persistente e non passa anche quando viene rassicurata, anzi peggiora
  • porta a comportamenti di controllo e sorveglianza del partner
  • produce sofferenza significativa in chi la prova e in chi la subisce
  • interferisce con il funzionamento quotidiano e con la relazione
  • se esagerata ci possono essere comportamenti violenti e pericolosi

Tarrier et al. (1990) descrivono la gelosia patologica come una sindrome clinica caratterizzata da pensieri intrusivi, comportamenti di controllo e reazioni emotive intense e durature, non proporzionali alla situazione reale.

Come si manifesta: pensieri, emozioni e comportamenti

La gelosia patologica si esprime su tre livelli:

Pensieri: ossessioni ricorrenti sull’infedeltà del partner, interpretazioni catastrofiche di comportamenti neutri, costruzione di scenari immaginari, rimuginazione incessante.

Emozioni: ansia intensa, rabbia improvvisa, paura dell’abbandono, senso di umiliazione, vergogna per i propri comportamenti.

Comportamenti: controllo del telefono, dei social, delle uscite, interrogatori ripetuti al partner, seguire o sorvegliare, verifiche ossessive, richieste di rassicurazione che non bastano mai.

Il paradosso centrale: le rassicurazioni del partner riducono l’ansia per pochissimo tempo, poi l’ansia torna più forte e chiede nuove prove. Ecco che si innesca il circolo vizioso che peggiorare il problema. La gelosia si autoalimenta attraverso il comportamento di controllo stesso (Rampin & Nardone, 2015).

Le radici psicologiche: attaccamento, autostima e paura

La gelosia patologica affonda quasi sempre le radici in una combinazione di:

Stile di attaccamento ansioso: chi ha sviluppato un attaccamento insicuro nelle prime relazioni tende a percepire la relazione come continuamente minacciata, a temere l’abbandono in modo cronico, a usare strategie iperattivate per mantenere la vicinanza con il partner (Mikulincer & Shaver, 2007).

Bassa autostima: la convinzione implicita di non essere “abbastanza” per il partner genera una paura costante di essere sostituiti da qualcuno “migliore”. La gelosia diventa la risposta a questa minaccia percepita.

Esperienze di tradimento o abbandono: chi ha vissuto un tradimento in passato o una perdita improvvisa di una figura di attaccamento può sviluppare ipervigilanza relazionale come risposta adattiva diventata disfunzionale.

Karakurt e Silver (2013) hanno documentato come la gelosia patologica sia fortemente correlata a stile di attaccamento ansioso, bassa autostima e storia di esperienze relazionali traumatiche.

La spirale che si autoalimenta

La gelosia patologica segue una logica molto precisa che la mantiene nel tempo:

pensiero intrusivo (“e se mi tradisce?”) questo dubbio patologico genera  ansia;

l’ansia richiede di essere estinta quindi si adotta un comportamento di controllo (si cercano prove, si chiedono rassicurazioni). Di seguito c’è un sollievo temporaneo e illusorio. 

Si introducono di conseguenza nuovi pensieri e dubbi ossessivi (e se mi sbaglio?) generando così nuova ansia.  

Poco a poco si innesca il circolo vizioso. Il comportamento di controllo non risolve il problema, ma lo alimenta. Ogni verifica rinforza l’idea che ci sia qualcosa da verificare. Ogni rassicurazione dura meno della precedente (Nardone, 2014).

A questo si aggiunge l’impatto sul partner: le richieste continue di rassicurazione, il controllo, le accuse producono tensione, chiusura, distanza, che il geloso interpreta come conferma dei propri timori. Un circolo vizioso perfetto.

Gelosia patologica e violenza nella coppia

È importante nominare un confine critico: quando la gelosia si traduce in comportamenti di controllo coercitivo, isolamento del partner, limitazione della libertà o violenza fisica o psicologica, non è più una questione clinica ma una questione di sicurezza.

La gelosia è uno dei fattori più associati alla violenza nelle relazioni intime (Buss, 2000). Questo non significa che chi prova gelosia patologica sia violento, ma richiede attenzione specifica quando i comportamenti di controllo diventano sistematici e limitanti per il partner.

Come si lavora sulla gelosia patologica

Il percorso terapeutico lavora contemporaneamente sul sintomo e sulle sue radici:

Interruzione del circolo vizioso: identificare e modificare le tentate soluzioni che mantengono il problema come soprattutto il controllo compulsivo e la ricerca di rassicurazioni.

Lavoro sui pensieri: distinguere pensieri intrusivi da fatti, sviluppare tolleranza all’incertezza relazionale.

Lavoro sull’autostima: costruire un senso di valore personale non dipendente dalla continua approvazione e fedeltà del partner.

Lavoro sull’attaccamento: sviluppare una base sicura interna la capacità di stare nella relazione senza la certezza assoluta dell’esito.

Lavoro di coppia: quando entrambi i partner partecipano, la coppia può ristrutturare la comunicazione e uscire insieme dalla spirale di controllo-difesa-controllo.

L’approccio breve strategico (Nardone & Watzlawick, 2004) interviene in modo mirato sulle tentate soluzioni,  come il controllo e la ricerca di rassicurazioni che paradossalmente alimentano il problema. Congiuntamente si lavora anche sugli altri aspetti fondamentali elencati prima per la tenuta della coppia.

Quando rivolgersi a uno specialista

Può essere utile chiedere supporto se:

  • controlli il telefono o i social del partner regolarmente
  • le rassicurazioni del partner durano poco e hai bisogno di nuove conferme
  • la gelosia ti impedisce di vivere serenamente la relazione
  • il tuo partner ti ha detto che i tuoi comportamenti l* fanno sentire controllat*
  • hai già perso relazioni a causa della gelosia e temi di ripetere lo stesso schema

Ricevo come psicologo, psicoterapeuta e sessuologo a Rovigo, Padova e anche online. Lavoro sia con singoli che con coppie.

Domande frequenti sulla gelosia patologica

La gelosia vuol dire che amo troppo? No. La gelosia patologica è una risposta alla paura, non una misura dell’amore. Spesso è inversamente proporzionale alla fiducia in sé stessi.

Si può superare la gelosia patologica? Sì. Con un percorso terapeutico mirato è possibile interrompere il circolo vizioso e costruire un modo diverso di stare nella relazione.

Devo venire in terapia insieme al mio partner? Non è obbligatorio. Il lavoro individuale è spesso il punto di partenza. La terapia di coppia può essere utile in una fase successiva.

Quanto dura il percorso? Dipende dall’intensità del pattern. L’approccio breve strategico lavora in media 8-15 sessioni.

Bibliografia

Scritto da Alberto Castello Sessuologo e Psicoterapeuta a Rovigo e Padova

Eiaculazione precoce e ansia: come il controllo crea il problema

uomo preoccupato per eiaculazione precoce legata all’ansia

Introduzione

“Più cerco di controllarmi, più succede subito.”

Questa è una delle frasi che ascolto più spesso nel lavoro clinico di sessuologo e psicoterapeuta nel mio studio di Padova e Rovigo  con uomini che vivono difficoltà legate all’eiaculazione precoce.

Generalmente in tanti pensano che il problema sia:

  • mancanza di controllo
  • eccessiva sensibilità
  • inesperienza
  • “funzionare male”

In realtà, molto spesso il problema si costruisce attraverso un meccanismo psicologico preciso. Paradossalmente: più una persona cerca di controllare l’eiaculazione, più è facile avere l’orgasmo e di conseguenza che il problema si mantenga.

L’eiaculazione precoce non riguarda soltanto il corpo. Entra a far parte del gioco anche ansia, attenzione, controllo e paura.

Ed è proprio questo circolo che spesso trasforma un episodio occasionale in una difficoltà stabile (Barlow, 1986; McMahon et al., 2008, Nardone, et al., 1997).

Eiaculazione precoce: di cosa parliamo davvero

L’eiaculazione precoce è una delle difficoltà sessuali maschili più diffuse.

Secondo il Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (APA, 2013), si parla di eiaculazione precoce quando:

  • l’eiaculazione avviene sistematicamente troppo rapidamente
  • la persona percepisce perdita di controllo
  • la situazione genera disagio o difficoltà relazionali

Ma nella pratica clinica il problema non è solo “quanto tempo”. Ricordiamo che il tempo è relativo e non necessariamente poco tempo significa “precoce” 

Il nodo centrale è: il cercare di controllarsi e la paura di non riuscire.

A seguito molti uomini iniziano infatti a vivere il rapporto sessuale come continue prove con coseguente ansia e forte disagio emotivo (Rowland et al., 2010, Rampin, 2015). La letteratura evidenzia infatti come l’ansia da prestazione sia uno dei principali fattori psicologici coinvolti nell’eiaculazione precoce situazionale (Rowland et al., 2010; Brotto, 2016).

Come nasce il problema: il primo episodio

Molto spesso tutto parte da un episodio assolutamente normale.

Può succedere in momenti di:

  • forte desiderio
  • stress
  • stanchezza
  • nuova relazione
  • paura di fare brutta figura

Una difficoltà occasionale diventa ricorrente. Da qui nasce Il problema.vLa persona inizia a pensare: e se succede ancora? – devo controllarmi di più – non devo venire subito

Da quel momento il rapporto non è più spontaneo e  col tempo si instaura una profezia che si autodetermina (Nardone, 2014). In seguito al monitoraggio si insinua anche  ansia anticipatoria come descritto da Craske & Barlow, 1988.

 

l controllo: la tentata soluzione che mantiene il problema

La reazione più comune è il controllo. La fra più comune che ci si dice è: – “Devo imparare a controllarmi.”

E quindi iniziano tentativi continui di controllare le sensazioni, i quali non fanno altro che far aumentare quelle piacevoli sensazioni. Oltre a ciò si cerca di distrarsi mentalmente, bloccare l’eccitazione, monitorarsi continuamente. Queste sono alcune delle tentate soluzioni che portano al paradosso del controllo, ossia, più cerco e meno ci riesco.

Secondo il modello strategico di Giorgio Nardone, molte difficoltà psicologiche si mantengono proprio attraverso le “tentate soluzioni” che la persona mette in atto per risolvere il problema (Nardone, 2014) e come si è dimostrato l’eiaculazione precoce ne è un buon esempio.

Quando il sesso diventa una prestazione

A un certo punto il rapporto sessuale smette di essere vissuto come esperienza.

Diventa una verifica.

La persona inizia a osservarsi continuamente:

  • sto resistendo?
  • quanto manca?
  • sto perdendo il controllo?
  • cosa penserà l’altra persona?

Questo fenomeno è stato definito spectatoring da William Masters e Virginia Johnson (1970).

In pratica:

si smette di vivere il corpo per iniziare a guardarsi dall’esterno.

E questo interrompe la naturale regolazione dell’eccitazione.

La focalizzazione costante sulla performance aumenta infatti ansia e iperattivazione fisiologica (Barlow, 1986).

Il ruolo dell’evitamento e della vergogna

Con il tempo molte persone iniziano gli evitanti. I rapporti sono il primo e a seguire intimità, nuovi partner qualora non si fosse in relazione fissa. 

Da questo momento in poi è possibile si sviluppino rituali, focalizzazione ossessiva, depressione. L’evitamento infatti riduce momentaneamente l’ansia, ma rafforza la paura nel tempo (Craske et al., 2014).

Anche la vergogna e la paura del giudizio possono aumentare il monitoraggio mentale e la tensione sessuale (Brotto, 2016).

Quando il problema coinvolge la coppia

L’eiaculazione precoce raramente resta un problema individuale. Con il tempo può influenzare la relazione di coppia. La mancanza d’intimità, spontaneità, desiderio e sicurezza favorisce il conflitto e le incomprensioni.

Molti uomini iniziano a sentire paura del giudizio, senso di inadeguatezza, vergogna, frustrazione. In seguito anche il partner entra in questo vortice evitando il tema, rassicurando non facendo altro che favorire il problema:

La ricerca mostra come le difficoltà sessuali abbiano frequentemente effetti relazionali reciproci nella coppia (McCarthy & Farr, 2012).

Come si lavora davvero sull’eiaculazione precoce

Il lavoro terapeutico non consiste nell’imparare a “resistere di più”. Molto spesso significa fare l’opposto:

  • ridurre il controllo
  • interrompere i meccanismi ansiogeni
  • modificare le tentate soluzioni disfunzionali
  • togliere la logica della prestazione

In terapia sessuale e strategica il focus non è solo il sintomo. È il modo in cui il problema viene mantenuto nel tempo.

Quando si interrompe il circolo ansia-controllo-prestazione, il sistema può tornare progressivamente più spontaneo (Nardone, 2014; Brotto, 2016).

Quando rivolgersi a uno psicologo o sessuologo

Può essere utile chiedere supporto se:

  • vivi ansia prima dei rapporti
  • senti di dover controllare continuamente
  • eviti l’intimità
  • il problema è diventato ricorrente
  • la situazione influisce sulla relazione o sull’autostima

Un percorso psicologico e sessuologico può aiutare a interrompere i meccanismi che mantengono il problema.

Ricevo come psicologo, psicoterapeuta e sessuologo a Rovigo, Padova, e anche online.

Se ti riconosci in queste dinamiche,

Domande frequenti sull’eiaculazione precoce

L’eiaculazione precoce è sempre psicologica?

No. Possono esserci anche fattori biologici e fisiologici. Tuttavia ansia, controllo e pressione psicologica sono molto frequentemente coinvolti.

Più cerco di controllarmi, più peggiora: è normale?

Sì. Il controllo eccessivo aumenta le sensazioni, mantenendo il problema.

L’ansia può davvero causare eiaculazione precoce?

Sì. Ansia a causa del tentativo di controllo. 

Bibliografia

Scritto da Alberto Castello Sessuologo e Psicoterapeuta a Rovigo e Padova

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Calo del desiderio sessuale: cosa sta accadendo alla coppia

coppia distante emotivamente nel letto difficoltà desiderio sessuale

Introduzione

“Ti amo… ma non mi viene più voglia.”

Questa è una delle frasi che sento più spesso nel lavoro di sessuologo e psicoterapeuta con le coppie e anche con le singole persone.

Il calo del desiderio nella coppia è molto più comune di quanto si pensi. L’andamento in genere è come un’onda e non una linea retta.

Per alcune persone è un passaggio temporaneo.

Per altre diventa una distanza concreta nella relazione. Si evitano momenti intimi sessuali e ancor peggio gli intimi relazionali per evitare di cadere nel sessuale. Si trovano scuse. Si crea imbarazzo. A volte anche conflitto.

Un cambiamento che porta con sé un carico emotivo che si costruisce nel tempo.

Desiderio o libido: di cosa stiamo parlando?

Desiderio o libido: di cosa stiamo parlando?

Dipende, perché se pensiamo al desiderio come qualcosa di puramente biologico rischiamo di fraintendere il problema. Il calo del desiderio sessuale non si riduce solo a quello.

La libido è una spinta.

Il desiderio è una risposta.

Si possono avere diverse situazioni:

  • desiderio spontaneo ridotto
  • desiderio che compare solo dopo stimolazione
  • desiderio presente ma bloccato
  • desiderio selettivo

A tal proposito la letteratura scientifica evidenzia come il desiderio sia una motivazione complessa influenzata da fattori cognitivi ed emotivi (Mark, 2017; Basson, 2005).

In molti casi, il desiderio non è assente, è inibito dal contesto, dai farmaci, dai conflitti, da altri problemi legati indirettamente al desiderio come depressione e ansia.

Il desiderio nella coppia: una funzione relazionale

Riferendoci alla relazione spesso il problema non è il partner in sé, ma la dinamica che si è creata.

Per ovvi motivi si possono attivare:

  • tensioni non espresse
  • aspettative implicite
  • paura del giudizio
  • senso di dover “funzionare”

Il desiderio ha bisogno di certe condizioni per emergere. Se queste condizioni mancano, il corpo si blocca. Il lavoro di Esther Perel evidenzia come il desiderio nelle relazioni stabili sia legato all’equilibrio tra sicurezza e distanza (Perel, 2006).

Il cervello può percepire la relazione come sicura…ma non più attivante.

Cosa succede quando il desiderio cala

Si attiva una sorta di “allarme relazionale” che porta a:

  • aumentare il controllo
  • osservare ogni segnale
  • cercare spiegazioni
  • interpretare il rifiuto
  • mettere in dubbio di piacere ancora o non essere all’altezza

Questo genera:

  • ansia
  • pressione
  • aspettativa
  • rabbia
  • conflitti

Questi segnali vengono interpretati come prova che qualcosa non va, con la conseguenza di aumentare il problema.

Si crea un’associazione dove: intimità significa tensione, disagio, problema

Il ruolo dell’evitamento

Perché il desiderio può peggiorare nel tempo

La soluzione più immediata è evitare.

Evitare il contatto. Rimandare. Trovare scuse.

Nel breve periodo funziona. Nel lungo periodo mantiene il problema.

Ogni evitamento conferma al sistema relazionale che l’intimità è un terreno difficile.

La letteratura evidenzia come evitamento e ansia contribuiscano al mantenimento delle difficoltà sessuali (Brotto, 2016), Nardone, (2025) Watzlawick, P.; Nardone, G. (1958) Rampin M, (2015).

In realtà peggiora la nostra ansia e i nostri dubbi. La mente inizia ad anticipare:

“E se non mi viene voglia?” “E se deludo?” “E se l’altro se la prende?” “E se c’è qualcosa che non va tra noi?”

Il problema non nasce solo nel momento dell’intimità, ma prima.

Questo processo è simile all’ansia anticipatoria descritta nei modelli clinici dell’ansia (Craske & Barlow, 1988). Il desiderio, così, si ritira sempre di più. Può anche estendersi:

  • meno contatto fisico
  • meno complicità
  • più distanza emotiva
  • più distanza relazionale

Come si lavora sul desiderio nella coppia

In sostanza il trattamento consiste nel modificare le dinamiche che mantengono il blocco.

Si lavora su:

  • sistema percettivo reattivo e relazionale
  • comprensione dei meccanismi del desiderio
  • riduzione della pressione e del controllo
  • ricostruzione della sicurezza emotiva

Non si tratta di “forzare il desiderio”. L’obiettivo è creare le condizioni affinché possa emergere.

Quando rivolgersi a uno psicologo o psicoterapeuta

Quando ci si trova di fronte ad un calo del desiderio sessuale può essere utile chiedere supporto se:

  • il desiderio è assente da tempo
  • si evita l’intimità
  • il tema crea conflitto
  • si prova frustrazione o senso di colpa
  • la relazione ne risente

Un percorso psicologico permette di intervenire sulle dinamiche che mantengono il problema.

Ricevo come psicologo e psicoterapeuta a Rovigo, Padova e Venezia, anche con percorsi online.

Se senti che questa difficoltà sta influenzando la tua relazione,

Domande frequenti sul desiderio nella coppia*

Il calo del desiderio è normale?

Sì, il desiderio varia nel tempo ed è influenzato da fattori fisiologici, relazionali ed emotivi.

Il desiderio può tornare?

Sì, nella maggior parte dei casi non è perso ma bloccato da fattori situazionali, emotivi, fisiologici.

È un problema individuale o di coppia?

Spesso è relazionale, ma può includere anche componenti personali.

Bibliografia

Scritto da Alberto Castello Sessuologo e Psicoterapeuta a Rovigo, Padova e Venezia.