Depressione: la spiegazione non sta nella serotonina

depressione e serotonina

In un articolo pubblicato a Luglio di quest’anno nella rivista Molucular Psychiatry, Moncrieff, J., Cooper, R.E., Stockmann, T. et al., hanno svolto un “umbrella review”, ovvero una meta-analisi di un largo numero di ricerche il cui argomento era la serotonina e la depressione.

Obiettivo della meta-analisi era verificare la teoria secondo cui serotonina e depressione sono strettamente correlate. Che ci fosse uno squilibrio del livello di serotonina dietro la depressione è stato suggerito per la prima volta nel 1960 da Coppen A., e pubblicato in The British Journal of Psychiatry. Intorno agli anni 90, con ricerche più specifiche, è stato poi introdotto un altro elemento. Fece la sua comparsa infatti l’inibitore selettivo della serotonina (SSRI), su cui poi saranno sviluppati i farmaci antidepressivi.

Sebbene la teoria che ci sia uno squilibrio chimico della serotonina a causa delle depressione sia stata recentemente messa in discussione, vedi “Serotonina e depressione” nel British Medical journal e “Il nuovo cervello della psichiatria e la leggenda dello squilibrio chimico” nel Psychiatric Times , essa mantiene ancora una certa forza. La si trova in molti libri di settore, se ne parla da così tanto tempo da diventare convinzione in gran parte della popolazione, ed è confermata dall’uso di antidepressivi, sia come azione all’apparenza diretta che come effetto placedo sulle emozioni.

Sono state prese in considerazione sei grandi aree come, presenza della serotonina nel sangue, ruolo dei recettori, fino ad arrivare alla genetica, per un totale di circa 20 ricerche le quali vantavano anche un copioso numero di soggetti sperimentali, circa 800 di media.

Scarse evidenze sperimentali della correlazione tra squilibrio della serotonina e depressione sono state trovate, così come debole è il ruolo della “genetica” nella depressione.

Il risultato rafforza l’idea che un disagio psicologico è di più che un semplice squilibrio chimico. Altri fattori intervengono come quelli personali, ambientali, sociali, nonché le tentate soluzioni disfunzionali che la persona adotta per risolvere il problema.

Il dato è confermato anche dal mio lavoro di psicoterapeuta breve strategico, oltre che da quello dei colleghi. Si rivolgono a me persone che con i farmaci non hanno risolto il problema anzi, generalmente i farmaci sul lungo termine lo alimentano perché anch’essi diventano una tentata soluzione disfunzionale.


Con ciò non voglio dire che le terapie farmacologiche siano inutili, ma che devono essere quantomeno abbinate ad una psicoterapia efficace.

La complessità della mente e delle nostre emozioni, mal si addice alla visione medica del tipo causa-effetto, ove tutto si spiega e si risolve tramite una molecola, senza tener in considerazione molti altri fattori.

Per maggiori informazioni o per fissare un colloquio presso uno dei miei studi di Padova o Rovigo contattami agli indirizzi che trovi sul sito.

Instagram Terapia? Facciamo chiarezza

instagram terapia

Riprendendo un vecchio articolo di Whitney Goodman in cui si parla di Instagram terapia, nell’era dei social media stiamo assistendo ad una rivoluzione per quando riguarda il campo della salute mentale. Sempre più psicologi e psicoterapeuti usano le piattaforme social per rendere le informazioni sulla salute mentale accessibili a chiunque oltre che per promuovere i propri servizi.

Svariati articoli hanno definito questo fenomeno come “instagram terapia” fuorviando così l’intento di molti psicologi e psicoterapeuti e rendendo confusi gli utenti.

In particolare Instagram è stato considerato negli studi il peggiore fra i social media. Porterebbe a immagini corporee negative, ansia, depressione e aumento degli episodi di bullismo per citarne alcuni.

Sembra un paradosso quindi, che psicologi e psicoterapueti lo stiano usando sempre più spesso.

Come tutti gli strumenti instagram non è intrinsecamente negativo, ma lo è piuttosto il nostro modo di fruirne così come dell’uso che facciamo delle informazioni in esso contenute.

Persone con scarse possibilità di accesso a informazioni sulla salute mentale, ora invece possono grazie proprio ai social media.  

Molte critiche sono state avanzate sull’uso di instagram sia fondate sulla realtà dei fatti, sia solo sulla paura. Piuttosto che cercare una ragione sulla presenza dei professionisti o meno, o sull’uso stesso del social media bene sarebbe, secondo la mia opinione, ridisegnare una mappa etica del loro uso. Ci sarebbero così delle linee guida che garantirebbero buona qualità e standard dei contenuti postati.

Possiamo notare comunque come già molti professionisti adottino una certa etica, grazie alla loro formazione ed esperienza professionale. Al contrario altri, precorrono i tempi, magari per paura di perdere folowers, e rischiano così di dare informazioni poco adattate al loro pubblico. Per non parlare poi di chi tratta temi di pertinenza dello psicologo senza averne titolo.

Le informazioni contenute nei post sono spesso generalizzate e non si possono adattare a tutte le persone, così come non c’è modo di sapere come l’altra persona interpreterà il nostro messaggio. Nostro compito è essere espliciti sul fatto che il consiglio che diamo o il problema di cui parliamo è di carattere generale e non sempre rispecchia la situazione in cui l’utente si trova.

Correttezza, onestà intellettuale, etica e rispetto delle persone che interagiscono con noi è ciò che dovremmo mettere nel momento in cui facciamo un post. Così come devono esser chiari i canali attraverso cui una persona ci può contattare. Il fine è quello di non trasformare situazioni di emergenza in tragici eventi perché mal gestite.

Come professionisti abbiamo ora la capacità di introdurre argomenti importanti su questa piattaforma, rendendo le persone più consapevoli, contrastando così anche la mala-informazione.

Instagram non sostituisce la terapia, ma può aiutare le persone

Vi lascio con alcuni consigli utili:

seguiamo solo persone che siano chiare nei loro intenti e con titoli certificati

facciamo sempre un’analisi critica dei contenuti

ricordiamo che i contenuti sono generalizzati e non sempre sono adatti a noi

instagram non è un sostituto della terapia e poco affidabile in caso di emergenza

se hai bisogno del terapista contattalo attraverso i canali formali

Ricorda che la riservatezza non è garantita su instagram

Per informazioni potete scrivere al mio indirizzo email: info@albertocastello.com

https://m.facebook.com/dralbertocastello

https://www.instagram.com/dralbertocastello/

Photovoice: la narrazione fotografica a favore del benessere mentale, fisico e di comunità

ansia superata con la fotografia

Stavo seguendo un workshop di crescita personale, e studio delle proprie percezioni ed emozioni, basato sull’autoritratto. Guardare e scegliere vecchie foto di famiglia era uno dei compiti assegnateci. Tutte le volte si guarda una foto, pur essendo l’ennesima volta, si possono cogliere particolari non visti primi. Questi poi, potranno suscitare altri ricordi e generare storie diverse .

Sono così corso in biblioteca alla ricerca delle pubblicazioni in merito agli usi terapeutici della fotografia imbattendomi in quel che viene chiamato “Photovoice”.

Cos’è Photovoice

Photovoice, temine inglese che tradotto letteralmente sarebbe “voce della foto”, è un progetto che mette insieme fotografia e narrazione. Pensato inizialmente come progetto per la comunità, è stato usato anche per aiutare il singolo individuo.

Gli obiettivi principali di Photovoice (Wang, 1999) sono tre: 

  1. rendere le persone capaci di valutare e riportare i punti di forza e di debolezza della propria comunità;
  2. promuovere un dialogo critico, un confronto e una conoscenza a proposito di punti importanti riguardanti la comunità attraverso piccoli o grandi gruppi di discussione;
  3. raggiungere chi fa le leggi

Secondo Wang (Wang, 1999) Photovoice è una via creativa, provocativa, e coinvolgente per comunicare alla società le esperienze di gruppi minori. Attraverso di esso si possono mettere in luce problematiche che vanno, dall’isolamento sociale, passando per la stigmatizzazione, finendo con la salute mentale e i problemi psicologi

Differenze con altri strumenti

Un altro punto fondamentale del Photovoice è il suo uso come strumento d’indagine. La sostanziale differenza con questionari, focus group, interviste, etc,, è il cambio di paradigma. Gli strumenti citati sono costruiti dal ricercatore le cui cose importanti non corrispondo necessariamente ai bisogni della comunità a cui si presenta. In Photovoice invece, è la persona che diventa esperta, oltre che la visione del problema dal suo punto di vista assume un’importanza fondamentale.

Photovoice è uno strumento che insegna a lavorare in gruppo, crea empowerment nelle persone che vi partecipano, riducono ansia, frustrazione e senso d’impotenza.

Il singolo invece può usarlo per descrivere la sua quotidianità, per vedere le sue ansie e problemi da un’altra angolazione e, grazie anche all’auto di un psicoterapeuta, ridefinire ciò che è emerso per risolvere i problemi in sospeso. 

Scrivimi se vuoi parlare di photovoice o vuoi fare un progetto.

Link:

Wang (1999);

Wang C, Burris M, Xiang Y. Chinese village women as visual anthropologists: a participatory approach to reaching policymakers. Soc Sci Med.1996;42:1391–1400. CrossrefMedlineGoogle Scholar

Wang C, Burris M. Photovoice: concept, methodology, and use for participatory needs assessment. Health Educ Behav.1997;24:369–387. CrossrefMedlineGoogle Scholar

Wu K, Burris M, Li V, et al., eds. Visual Voices: 100 Photographs of Village China by the Women of Yunnan Province. Yunnan, China: Yunnan People’s Publishing House; 1995. Google Scholar

Quando la ricerca della felicità ti si ritorce contro

la ricerca della felicità

Impariamo come inseguirla per non farsi intossicare

Continua la mia serie di articoli sulla “positività” , in questo caso sulla felicità e sulla “pop-psychology” di cui invece parlerò in futuro.

Contesto attuale

La corrente sulla “positività” ha ovviamente creato l’illusione che attraverso il pensare positivo si potessero risolvere tutti i problemi. In alcuni casi invece li ha creati, si sta parlando così di “positività tossica”. Sentirsi felici è una buona cosa, ma enfatizzare eccessivamente l’importanza di un atteggiamento positivo può ritorcersi contro, portando paradossalmente a sentirsi infelici.

Le ultime ricerche del gruppo mostrano che le persone più felici tendono a vivere più a lungo, a essere più sane e a godersi una vita di maggior successo. Fra queste “i molto felici” hanno più di vantaggi dei “mediamente felici”. La ricerca mostra anche come se perseguita in certi modi, la felicità o la positività possono diventare tossiche.

La ricerca, pubblicata su The Journal of Positive Psychology  da Ashley Humphreya, Rebecca Szoka e Brock Bastiane che ha coinvolto quasi 500 persone, è stata ispirata da questi risultati apparentemente incoerenti: perseguire la felicità può essere sia positivo che negativo per il nostro benessere. Il loro scopo era trovare ciò che trasforma la positività da salutare in tossica.

Aspettarsi il meglio, sentirsi peggio

Se attribuiamo un valore troppo elevato alla nostra felicità, soprattutto nei contesti in cui dovremmo sentirci felici, porta ad un minore intensità di questo stato. Spesso poi rimaniamo delusi e ci colpevolizziamo aggiungendo così sentimenti di tristezza.

Riporto la frase di una vignetta di Randy Glasbergen che raffigura un paziente che si confessa al suo psicologo:

“Sono molto, molto felice, ma voglio essere molto, molto, molto felice, ed è per questo che sono infelice”

Quindi che fare? Dare priorità alla nostra felicità futura invece che momentanea così da sperimentare miglioramenti invece che deficit. Tradotto in fatti significa impegnarsi in attività che hanno un senso per noi, così che la felicità arrivi indirettamente e non sia l’obiettivo primario di ciò che facciamo.

Valorizzare la felicità vs dare priorità alla positività

La ricerca della dr.ssa Hashley e colleghi per ottenere una migliore comprensione di ciò che rende la positività tossica hanno confrontato due approcci: valutare la felicità e dare priorità alla positività.

Alcune affermazioni sul valore della felicità erano: “Sono preoccupato per la mia felicità anche quando mi sento felice” o “Se non mi sento felice, forse c’è qualcosa che non va in me”.

Nella colonna della priorità alla positività c’erano frasi come “Strutturo la mia giornata per massimizzare la mia felicità” o “Cerco e coltivo le mie emozioni positive”.

I ricercatori hanno infine anche incluso una misura del disagio che le persone hanno con le proprie emozioni negative. Per fare ciò sono state introdotte affermazioni come “Mi vedo fallire nella vita quando mi sento depresso o ansioso” o “Mi piaccio meno quando mi sento depresso o ansioso”.

I risultati

Chi ottenne un punteggio alto nel valutare la felicità (aspettativa di felicità) viveva le emozioni negative rifiutandole e come un segno di fallimento nella vita e non. In parte questa era anche la ragione per cui queste persone avevano livelli di benessere inferiori. Le persone invece che si focalizzavano sulla positività delle piccole cose quotidiane (punteggio alto sulla scala priorità della positività), erano più inclini ad accettare le loro emozioni negative.

Cercare di mantenere alti livelli di felicità per tutto il tempo è quello che dovremmo evitare di fare. La miglior cosa è apprezzare appunto le piccole cose quotidiane e pensare alla felicità futura. Potremmo scrivere il nostro diario delle belle cose quotidiane.

Cosa rende tossica la positività quindi?

Atteggiamento, o per dirla diversamente la nostra reazione ai fatti è la chiave per evitare di rendere tossica la positività. La cosa importante quindi non è cosa ci accade, ma cosa facciamo con ciò che ci accade.

Parafrasando un grande scrittore Haruki Murakami “l’evento negativo è inevitabile, ma soffrire per esso è opzionale”

Se la ricerca della felicità costante è come una linea infinita, l’evento negativo è ciò che interrompe questa continuità e ci fa sembrare il nostro obiettivo più lontano e di conseguenza siamo più delusi. 

Soluzioni

Impariamo a rispondere piuttosto che reagire alle emozioni è un fattore chiave per la nostra felicità. Possiamo scappare o tentare di ridurre un dolore o un sentimento negativo, ma poco serve.

La chiave è invece chiederci come possiamo utilizzare ciò che sta accadendo a nostro favore. 

Questa semplice domanda permette di aumentare la nostra comprensione degli stati emotivi e reagirvi così in modo più proficuo e utile al nostro benessere.